Se tutto va bene, siamo rovinati
E con questo le abbiamo viste — e soprattutto passate — davvero tutte. O almeno lo speriamo.

Prima la mancanza d’acqua, con le condotte che fanno quello che possono dopo decenni di incuria e manutenzioni evidentemente insufficienti.
Poi l’aeroporto di Catania chiuso a causa dell’Etna.
E qui arriva la dichiarazione del ministro Nello Musumeci, che ha definito una “minchiata”, per dirla in siciliano, la scelta di aver costruito l’aeroporto proprio in quella posizione, praticamente alle pendici dell’Etna e in una zona inevitabilmente esposta alle conseguenze dell’attività del vulcano.
Ora, intendiamoci: l’Etna non è comparso ieri mattina. È lì da qualche milione di anni.
E l’aeroporto di Catania non è stato costruito ieri.
Per questo viene spontanea una domanda al ministro.
Musumeci è stato presidente della Provincia di Catania, europarlamentare, presidente della Regione Siciliana, deputato e oggi ministro.
Insomma, non proprio uno che sia arrivato ieri dalla luna.
Se la posizione dell’aeroporto è una “minchiata”, chi avrebbe dovuto accorgersene prima?
E soprattutto: dopo essere stato per anni ai vertici delle istituzioni siciliane e nazionali, Musumeci può davvero chiamarsi fuori?
Perché se quella scelta è stata sbagliata, qualcuno prima o poi dovrebbe anche spiegare chi l’ha fatta, chi l’ha mantenuta e chi, negli ultimi decenni, ha continuato a investire e a potenziare quello scalo senza risolvere il problema strutturale della sua esposizione alla cenere vulcanica.
Ma evidentemente i problemi sono sempre colpa di qualcun altro.
E i mali, si sa, non vengono mai da soli.
Così arriviamo all’energia elettrica.
Da qualche tempo, a Ortigia, la corrente fa le bizze. E viene spontaneo chiedersi se una rete ormai sottoposta a un carico sempre maggiore sia davvero adeguata alla trasformazione che ha subito il centro storico.
Perché Ortigia non è più quella di una volta.
Ristoranti, alberghi, B&B, friggitorie, locali e una quantità impressionante di dehors e verande hanno trasformato ogni angolo disponibile in una macchina per il turismo e per la ristorazione.
Non sappiamo se sia questa la causa dei problemi alla rete elettrica. Saranno i tecnici a stabilirlo.
Ma una cosa dovrebbe essere elementare: se aumentano enormemente i consumi, prima o poi la rete deve essere adeguata.
Altrimenti i nodi vengono al pettine.
E il 13 agosto il nodo è venuto al pettine.
Nel pieno dell’estate, nel pieno della stagione turistica, e-distribuzione programma una manutenzione sull’impianto a partire dalle 17.00.
Il 13 agosto.
Alle cinque del pomeriggio.
Sembra una barzelletta.
Purtroppo non lo è.
Il ripristino viene previsto, grosso modo, per l’una di notte.
Poi succede qualcosa che sembra uscito da un film dell’assurdo.
Una parte dell’impianto viene rialimentata: il lato destro della strada, quello dei numeri dispari.
Il lato sinistro, numeri pari, invece rimane al buio. Passano le ore. Poi la notte. Poi la mattina. Oltre dodici ore senza corrente.
Dodici ore. Nel 2026. In Ortigia.
Una situazione che sembrava possibile soltanto durante una guerra, dopo un terremoto o in qualche paese dimenticato da Dio. E invece è successo nel cuore di Siracusa, in uno dei luoghi che dovrebbe rappresentare il fiore all’occhiello della città.
E quando finalmente la corrente torna, non torna nemmeno tranquilla: va a singhiozzo, con il rischio di danneggiare frigoriferi, televisori, condizionatori e altri elettrodomestici. A quel punto, visto che il guasto non si riesce a risolvere, arriva la soluzione d’emergenza: un grosso gruppo elettrogeno per alimentare un intero isolato.
E meno male. Dicono che sia silenziato.
Sarà anche silenziato.
Ma fa un baccano che metà basta.

Però, come si dice, meglio il rumore del generatore che il silenzio di un frigorifero spento.
E allora forse il problema non è soltanto l’acqua.
Non è soltanto l’aeroporto.
Non è soltanto l’elettricità.
Il problema è molto più semplice e molto più grave: la mancanza di programmazione.
Si aspetta che le condotte si rompano.
Si aspetta che la rete elettrica vada in crisi.
Si aspetta che l’aeroporto venga messo in ginocchio dalla cenere dell’Etna.
E poi, quando l’emergenza arriva, si corre ai ripari.
Quello che sembra mancare è proprio ciò che dovrebbe stare alla base di qualsiasi amministrazione seria:
prevenzione, manutenzione e programmazione. E non salviamo nessuno.
Non chi governa oggi.
Non chi ha governato ieri.
Non chi ha avuto responsabilità comunali, regionali o nazionali.
Perché alla fine la domanda è sempre la stessa: chi avrebbe dovuto prevedere tutto questo? E soprattutto:
perché ci ricordiamo delle infrastrutture soltanto quando smettono di funzionare?
Quanto a Musumeci, una cosa almeno bisogna riconoscergliela: sulla “minchiata” ha avuto il coraggio di usare una parola che tutti capiscono.
Ma se la posizione dell’aeroporto di Catania è davvero una “minchiata”, sarebbe interessante sapere chi quella minchiata l’ha fatta e perché, dopo decenni, nessuno abbia trovato una soluzione alternativa.
Perché non è che l’Etna abbia deciso improvvisamente di diventare un vulcano.
E nemmeno la cenere vulcanica è una scoperta del 2026.
Noi cittadini, intanto, aspettiamo.
Aspettiamo l’acqua.
Aspettiamo la luce.
Aspettiamo gli aeroporti.
Aspettiamo le strade.
Aspettiamo i servizi.
Aspettiamo che qualcuno faccia finalmente quello che dovrebbe fare un’amministrazione: prevedere i problemi prima che diventino emergenze.
Perché continuando così c’è poco da fare.
Se tutto va bene, siamo rovinati.

