«I residenti ve ne dovete andare». Forse qualcuno dovrebbe avere il coraggio di dirlo ufficialmente. in privato lo Fanno. C’è una frase che, più di qualsiasi regolamento, ordinanza o dichiarazione politica, racconta perfettamente quello che sta succedendo a Ortigia: «I residenti ve ne dovete andare». Me l’hanno detto. E più ci penso, più mi convinco che non sia soltanto una frase. È una filosofia. È l’idea, ormai sempre più evidente, che chi vive a Ortigia debba togliersi di mezzo. Perché disturba. Perché protesta. Perché pretende di poter attraversare un marciapiede senza dover fare lo slalom tra tavolini e sedie. Perché vorrebbe dormire la notte. Perché si permette di chiedere rispetto per il palazzo in cui abita, per la strada sotto casa, per il quartiere in cui vive. Insomma: perché ha ancora la pretesa di essere un residente.
DA 30.000 A MENO DI 3.000
Negli anni Sessanta Ortigia aveva quasi 30.000 abitanti. Oggi siamo sotto quota 3.000. Trentamila persone sono diventate meno di tremila. Una comunità è praticamente scomparsa. E invece di chiederci perché sia successo e cosa fare per fermare questa emorragia, abbiamo scelto una soluzione molto più semplice: riempiamo gli spazi lasciati vuoti. Di tavolini. Di dehors. Di pedane. Di attività commerciali. Di turismo mordi e fuggi.
Così Ortigia sembra viva. Ma attenzione: se una città perde i suoi abitanti e conserva soltanto i suoi clienti, non è più una città. È un prodotto. E Ortigia, evidentemente, è diventata un prodotto da vendere.
IL MARCIAPIEDE? SE AVANZA, LO PRENDE IL DEHOR

Provate a camminare per Ortigia o per Corso Umberto. Non serve un sociologo. Non serve un urbanista. Basta avere due occhi. Guardate cosa è successo allo spazio pubblico. I marciapiedi vengono progressivamente trasformati in prolungamenti dei locali. Tavolini, sedie, pedane, strutture di ogni tipo.Il pedone si arrangia. il residente si arrangia. La persona anziana si arrangia. Il disabile si arrangia. Chi ha un passeggino si arrangia. Tutti si arrangiano. L’importante è che il tavolo rimanga lì. Perché evidentemente c’è una nuova regola non scritta: prima il tavolino, poi il cittadino.
E IL PATRIMONIO STORICO?

Questa è Ortigia.
Una città che dovrebbe essere trattata come un patrimonio prezioso e irripetibile. E invece troppo spesso sembra diventata una superficie sulla quale appoggiare qualsiasi cosa sia utile a fare business.
Muri, prospetti, strade, marciapiedi, piazze. Tutto può diventare spazio commerciale. E mentre si parla continuamente di valorizzazione del centro storico, viene spontaneo chiedersi:
valorizzazione per chi? Per chi ci vive? O per chi ci lavora per qualche ora al giorno? Perché c’è una differenza enorme.
L’AMBIENTE? UN DETTAGLIO
E poi c’è l’ambiente. Perché anche quello sembra essere diventato un dettaglio. Ortigia è un’isola fragile, con equilibri urbanistici, ambientali e architettonici delicatissimi.


Ma quando arriva la stagione turistica sembra che tutto diventi improvvisamente possibile. Più tavoli. Più persone. Più traffico. Più rifiuti. Più rumore.
E guai a dirlo. Perché se lo dici sei contro. Più pressione su uno spazio che avrebbe bisogno, invece, di essere protetto.
Se chiedi regole sei contro i commercianti.
Se difendi i residenti sei un rompiscatole. Se chiedi rispetto per Ortigia sei quello che “si lamenta sempre”.
NO CI SIAMO STUFATI.
Ci siamo stufati dell’idea che per difendere il diritto di vivere nella propria città bisogna quasi chiedere scusa.
Ci siamo stufati di essere trattati come un ostacolo allo sviluppo.
Ci siamo stufati di dover spiegare che turismo e residenti non sono nemici.
Il problema non è il turista.
Il problema è un modello di turismo che, se non viene regolato, finisce per divorare il luogo che lo ha reso possibile.
E quando il luogo viene divorato, prima o poi se ne vanno anche le persone.
E L’AMMINISTRAZIONE?

Qui arriviamo al punto più scomodo.Perché tavolini, dehors, occupazioni di suolo pubblico e trasformazioni dello spazio urbano non compaiono per magia.
Qualcuno autorizza. Qualcuno regolamenta. Qualcuno controlla. Qualcuno dovrebbe controllare.
E quando i controlli non bastano, quando le regole vengono continuamente piegate alle esigenze del commercio, quando il cittadino deve essere quello che si adatta sempre, allora non possiamo più parlare soltanto di comportamenti individuali.
Dobbiamo parlare di scelte politiche. E di responsabilità amministrative.
Perché governare una città significa anche avere il coraggio di dire NO.
No a un dehors quando occupa troppo spazio.
No a una struttura quando deturpa un edificio storico.
No all’occupazione indiscriminata dello spazio pubblico.
No a un modello turistico che espelle i residenti.
Perché amministrare non significa accontentare tutti.
Significa scegliere chi e cosa proteggere.
«I RESIDENTI VE NE DOVETE ANDARE»
E allora torniamo alla frase.«I residenti ve ne dovete andare». Forse qualcuno dovrebbe avere il coraggio di metterla nero su bianco.
Dirla pubblicamente.Scriverla in un regolamento. Perché almeno sapremmo qual è il progetto.
Un’Ortigia senza residenti. Un’Ortigia dove le case diventano strutture ricettive, i marciapiedi diventano dehors, le piazze diventano tavolini e le strade diventano corridoi per turisti. Una città bellissima.Fotogenica.Instagrammabile. Profondamente vuota.
MA NOI NON CE NE ANDIAMO
Perché c’è una cosa che forse qualcuno non ha ancora capito.
Ortigia appartiene anche a chi ci vive.
Non soltanto a chi ci fa affari. Non soltanto a chi ci viene in vacanza. Non soltanto a chi la fotografa.
Non soltanto a chi ci serve un aperitivo. Appartiene anche a chi apre ogni mattina la porta di casa e guarda quelle pietre da una vita.
A chi ci è nato. A chi ci è cresciuto. A chi ha scelto di restare. A chi paga le tasse.A chi sopporta i disagi.
A chi continua ostinatamente a considerarla casa. E allora no.
I RESIDENTI NON SE NE DEVONO ANDARE.
Semmai dovrebbe andarsene un’idea. L’idea che tutto abbia un prezzo. Anche un marciapiede.
Anche una piazza. Anche un palazzo storico. Anche la tranquillità di chi vive lì. Anche il diritto di sentirsi a casa propria.
Perché il giorno in cui l’ultimo residente avrà chiuso la porta e se ne sarà andato, nessuno potrà più dire che Ortigia è stata semplicemente “valorizzata”.
Sarà stata svuotata. E forse, a quel punto, avremo finalmente raggiunto l’obiettivo. Tutti fuori. Turisti dentro.
E Ortigia trasformata da città a Caos.

