- Capisco che i giornalisti devono vivere. Capisco la crisi dell’editoria, le copie che diminuiscono, la pubblicità che fatica a sostenere le redazioni e il costo del giornalismo vero, fatto di tempo, uomini e verifiche. Quello che faccio più fatica a capire è quando la crisi economica dell’editoria diventa la giustificazione per la crisi dell’informazione. Perché sono due cose diverse.
- Da Berlusconi in poi
- In Italia il rapporto tra politica, proprietà dei media e potere economico non è una novità. Il caso più evidente è stato Silvio Berlusconi, contemporaneamente protagonista della politica e proprietario di uno dei principali gruppi televisivi privati, con importanti interessi anche nell’editoria e nella pubblicità.
- Da allora il conflitto tra potere politico e potere mediatico è diventato impossibile da ignorare. Non significa che tutti i problemi dell’informazione siano nati con Berlusconi, ma forse sarebbe arrivato il momento di affrontarli con una regola semplice: chi fa politica non dovrebbe possedere, direttamente o indirettamente,
mezzi di informazione. Un vero principio di “editore puro”, valido per tutti, senza destra o sinistra. - Un esempio attuale è Antonio Angelucci, parlamentare della Lega, editore e imprenditore della sanità privata. Attraverso il gruppo di famiglia è proprietario di testate come Il Tempo e Libero e detiene una partecipazione di maggioranza ne Il Giornale, mentre opera anche nel settore sanitario.
- La domanda è semplice: può chi fa politica essere anche proprietario di giornali mentre ha importanti interessi economici in un settore così legato al pubblico?
- Una stampa sempre più tifosa
- Nel frattempo il sistema è cambiato. I giornali vendono meno, i lettori diminuiscono, la pubblicità si sposta verso altri mezzi e le redazioni hanno sempre meno risorse.
- E anche l’informazione si trasforma. In alcuni casi il giornale sembra parlare più al proprio pubblico che al lettore: non racconta soltanto i fatti, li interpreta prima ancora di averli raccontati.
- Nascono così giornali più tifosi, più schierati, più interessati a confermare le convinzioni del proprio pubblico che a metterle in discussione.
- La televisione ha un’arma in più
- La televisione può vivere anche di intrattenimento, fiction, quiz, sport, spettacolo e talk show. Dentro questo contenitore può inserire informazione, politica e approfondimento.
- Il giornale invece deve convincere qualcuno a comprarlo o a leggerlo, e sul web deve convincerlo a tornare. Per questo, quando viene meno la fiducia del lettore, il problema diventa molto più serio.
- E poi c’è la Rai
- C’è poi la Rai, dove il rapporto tra politica e informazione pubblica continua a essere al centro del dibattito.
- Nel luglio 2026 la Commissione parlamentare di Vigilanza è arrivata alle dimissioni in blocco dopo un lungo stallo politico. Nello stesso periodo la Rai ha sospeso cautelativamente le repliche estive di Report mentre era in corso un approfondimento sulla vicenda riguardante Sigfrido Ranucci e i suoi rapporti con Valter Lavitola, sullo sfondo delle indagini sull’attentato alla sua abitazione. Successivamente è arrivato l’avvicendamento di Ranucci alla conduzione del programma.
- Ranucci e Report sono stati spesso criticati da esponenti del Governo e della maggioranza per il tipo di giornalismo e per le inchieste realizzate. Questo è un dato politico, non una prova delle ragioni delle decisioni Rai. Sono fatti. Il resto appartiene al dibattito.
- Il problema dell’editore Ed è qui che torna la domanda sull’editore. Può chi esercita un potere politico essere contemporaneamente proprietario di un mezzo attraverso il quale quel potere viene raccontato, giudicato o difeso? Personalmente penso di no. Non perché il problema riguardi una sola parte politica. Al contrario: la regola dovrebbe valere per tutti. Politica da una parte. Informazione dall’altra. Non è una garanzia contro il cattivo giornalismo. È una garanzia contro il rischio che il cattivo giornalismo abbia un padrone politico. Meno lettori, meno pubblicità, meno giornalismo I numeri spiegano la crisi. Nel 2025 in Italia sono state vendute circa 430 milioni di copie di quotidiani, l’8,1% in meno rispetto al 2024 e il 30,6% in meno rispetto al 2021. Anche i giornali di interesse locale hanno perso il 9% in un anno e il 32% rispetto al 2021. Meno copie significa meno lettori. Meno lettori significa meno interesse per gli inserzionisti. Meno pubblicità significa meno risorse. E meno risorse significano redazioni più piccole, meno tempo per verificare e meno giornalismo d’inchiesta.
- È un circolo vizioso. Ma proprio per questo non possiamo confondere la necessità economica con la qualità dell’informazione.
- Poi c’è la periferia
- Nei territori piccoli il problema diventa ancora più evidente. Le redazioni sono poche, le risorse sono poche e i giornalisti devono seguire moltissimi argomenti. E allora arriva il comunicato stampa: Comune, Regione, deputato, consigliere, partito, assessore, associazione. Arriva già scritto, con titolo, dichiarazioni e fotografie. E pubblicarlo costa pochissimo.
- Siracusa: quando il comunicato diventa la notizia
- A Siracusa le testate locali online sono diverse, ma spesso lavorano con strutture molto piccole. Un quotidiano organizzato può invece contare su una redazione più ampia e su una struttura che consente di verificare fonti, cercare atti, sentire interlocutori e confrontare le posizioni. Non è una questione di essere migliori o peggiori. È una questione di struttura e possibilità di fare il lavoro. Prendiamo il passaggio del servizio di igiene urbana da Tekra a Ris.Am. La vicenda è stata raccontata sia dalle testate online sia dalla carta stampata. Ma confrontando gli articoli emerge una differenza: in alcuni casi il contenuto resta molto vicino alla comunicazione ricevuta; in altri vengono cercati atti, documenti, verbali e dichiarazioni degli uffici comunali, dei sindacati e degli altri interlocutori.
- Il comunicato non è il nemico. È una fonte.
- Ma il lavoro giornalistico comincia dopo. Quanto lavoro c’è tra il comunicato e il tasto “pubblica”? Perché se un comunicato arriva a dieci redazioni e produce dieci articoli quasi uguali, abbiamo dieci informazioni? Oppure un solo comunicato moltiplicato per dieci? È qui che nasce la nostra informazione a gettoni.
- E poi arrivano i soldi
- C’è poi un altro aspetto, un po’ meno elegante da raccontare: i rapporti economici tra pubbliche amministrazioni e mondo della comunicazione.I Comuni possono naturalmente affidare servizi di comunicazione istituzionale e acquistare spazi pubblicitari. Nulla di strano, quando avviene secondo le regole. Ma è interessante vedere, semplicemente attraverso gli atti, a chi vengono affidati questi incarichi e per fare che cosa.
A Siracusa, nel 2025, per attività di comunicazione istituzionale risultano affidamenti a SCS Promedia, Agenzia Media Uno, Periodico Il Cammino e Digitrend, per servizi legati alla diffusione di comunicazioni, approfondimenti e contenuti istituzionali dell’Amministrazione.
A Melilli, nel 2026, risultano affidamenti per promozione pubblicitaria e comunicazione di eventi a diversi operatori dell’informazione e della comunicazione, tra cui Siracusa News Srl.
Niente accuse. Gli atti sono gli atti
Perché il lettore non paga per ricevere un comunicato. Dedica il proprio tempo a leggere un giornale per sapere che cosa c’è dietro quel comunicato.
- Informazione a gettoni
- Ed eccoci al titolo. Un gettone per il comunicato del Comune. Un gettone per la dichiarazione dell’assessore. Un gettone per il partito. Un gettone per l’inaugurazione. Un gettone per la conferenza stampa. Un gettone per il consigliere. E domani un altro gettone.
- Non c’è necessariamente un complotto. Non c’è necessariamente malafede. C’è un sistema nel quale produrre informazione originale costa molto più che riprodurre quella che arriva già confezionata. Ma il lettore non compra un comunicato.
- Compra un giornale.
- E si aspetta che qualcuno abbia verificato, confrontato, fatto domande, cercato anche quello che non gli è stato raccontato. Perché se cinque giornali raccontano la stessa cosa senza verificarla, non abbiamo cinque informazioni. Abbiamo una sola informazione moltiplicata per cinque. E forse questa è la vera crisi dell’informazione. Non soltanto vendere meno copie. Ma rischiare di avere sempre meno cose originali da leggere. Perché il problema non è che il giornalista debba vivere. Il problema è come può continuare a vivere il giornalismo.

