La destra delle parole: Vannacci le cambia, Meloni le conta

C’è un piccolo problema nella destra italiana contemporanea: sembra che la coerenza sia diventata un concetto elastico. Molto elastico. Prendiamo Roberto Vannacci. Il generale si è costruito un personaggio politico tutto ordine, disciplina, onore, patria e soprattutto parola data. Uno di quelli che, quando dice una cosa, sembra quasi di sentire partire l’inno nazionale. Nel luglio del 2025, parlando della possibilità di fondare un proprio partito, era stato categorico: «Escludo di fare un mio partito». E non si era limitato a dirlo: aveva spiegato che una simile scelta avrebbe spaccato la destra e fatto un regalo a Schlein e Conte. (Corriere Tv⁠) Parole nette, dunque. Da uomo di parola. Poi, evidentemente, la parola ha chiesto un periodo di aspettativa. Perché il 6 febbraio 2026 Vannacci ha lasciato la Lega ed è diventato presidente di Futuro Nazionale. (Corriere Tv⁠) Ora, per carità: cambiare idea non è un reato. Anzi, qualche volta è persino un segno di intelligenza. Ma se per tutta la vita politica ti presenti come l’uomo della coerenza, dell’onore e della parola data, forse sarebbe elegante spiegare agli elettori perché quella parola, improvvisamente, è diventata biodegradabile. D’altronde, un generale dovrebbe sapere che quando si cambia posizione bisogna almeno dichiarare la ritirata. Qui, invece, pare sia stata semplicemente un’avanzata… nella direzione opposta. Ma Vannacci non si ferma alla parola data. C’è anche la sua idea della donna, della famiglia e del cosiddetto “patriarcato mediterraneo”. Futuro Nazionale ha effettivamente inserito questa definizione nella propria impostazione politica, accompagnandola a una visione fortemente tradizionale della famiglia e dei ruoli. (Repubblica⁠) Una visione che profuma talmente tanto di tradizione che viene quasi da aspettarsi che, insieme al programma elettorale, distribuiscano anche un grembiule da cucina. E qui arriva la domanda che dovrebbe mettere un po’ in imbarazzo il generale: che cosa pensa Vannacci di Giorgia Meloni? Perché Giorgia Meloni è una donna. E non una donna qualunque: è presidente del Consiglio, leader di partito e, nel dibattito politico, viene indicata anche come possibile candidata al Quirinale. E allora delle due l’una: o una donna può tranquillamente occupare i vertici dello Stato, guidare un governo, comandare un partito e decidere del futuro di milioni di italiani, oppure dobbiamo davvero credere alla teoria secondo cui il posto naturale della donna sarebbe soprattutto quello domestico, della maternità e della famiglia. Perché le due cose insieme fanno un po’ a pugni. Se la donna deve stare a casa, come mai può andare al Quirinale? E se invece una donna può diventare Presidente della Repubblica, allora forse il problema non è la donna. Forse è la teoria. A meno che non esista una particolare versione del “patriarcato mediterraneo” con una clausola scritta in piccolo: vale per tutte le donne, tranne quelle che comandano. Sarebbe un patriarcato decisamente selettivo. Quasi meritocratico. E veniamo a Giorgia Meloni. Il 4 settembre 2026 il suo governo ha raggiunto 1.413 giorni, diventando il più longevo della storia della Repubblica e superando di un giorno il precedente record del secondo governo Berlusconi. (RaiNews⁠) Un risultato politico? Certamente. Una ragione per festeggiare? Perché no. Ma da quando il cronometro è diventato una riforma? Perché un governo può durare molto perché governa bene. Può durare perché ha una maggioranza solida. Può durare perché ha conquistato una credibilità internazionale che gli permette di arrivare alla fine della legislatura. Tutto vero. Ma può anche durare semplicemente perché la maggioranza tiene e l’opposizione non riesce a mandarlo a casa. E allora la domanda diventa molto meno celebrativa: oltre a durare, che cosa abbiamo fatto in questi 1.413 giorni? Perché la stabilità è una condizione per governare, non è il governo. La stabilità serve a decidere, a fare riforme, a cambiare ciò che non funziona, a lasciare un Paese migliore di quello trovato. Altrimenti diventa semplicemente una lunga permanenza. È come vantarsi che un’automobile sia rimasta quattro anni nel garage senza fare incidenti: certamente è un dato rassicurante, ma prima o poi bisognerebbe anche vedere dove è andata. E qui sta il punto. Il record dei 1.413 giorni è vero, nessuno lo mette in discussione. Ma trasformarlo nel principale certificato di buon governo è un’altra cosa. Anche un soprammobile può restare immobile per decenni senza perdere la propria posizione. Ma difficilmente qualcuno gli assegnerà il premio per l’innovazione. E infatti le critiche al governo non riguardano la sua capacità di sopravvivere: riguardano la capacità di incidere sui problemi strutturali del Paese. Analisi recenti riconoscono alla Meloni stabilità politica, disciplina dei conti e una maggiore credibilità internazionale, ma sottolineano anche la crescita debole e i ritardi su riforme strutturali, sanità, scuola, pubblica amministrazione e produttività. (Reuters⁠) Insomma, non basta essere ancora lì per dimostrare di aver fatto tutto quello che si doveva fare. Ed eccoci dunque al grande incontro fra i due protagonisti. Vannacci è l’uomo della coerenza che cambia partito. Meloni è la presidente del cambiamento che festeggia soprattutto la durata. Uno ci spiega che la parola è sacra e poi scopre che può essere reinterpretata. L’altra ci spiega che la stabilità è fondamentale e rischia di scoprire che la stabilità, senza risultati sufficienti, è semplicemente immobilità con una buona comunicazione. E forse è proprio questo il piccolo capolavoro della politica contemporanea: trasformare le contraddizioni in virtù e poi chiedere agli elettori di applaudirle. Vannacci potrebbe almeno spiegare che fine abbia fatto quella promessa di non fare un partito. Meloni potrebbe invece dirci non quanti giorni ha governato, ma quanti problemi ha risolto. Perché alla fine non eleggiamo un cronometro. E nemmeno un generale che cambia rotta. Eleg­giamo persone alle quali affidiamo un Paese. E un Paese, purtroppo per loro, non si governa contando i giorni né recitando slogan sulla tradizione. Si governa facendo. E possibilmente senza cambiare idea ogni volta che conviene. Altrimenti c’è sempre una soluzione semplice: chiamiamolo pure “governo stabile” e lasciamo che il Paese, nel frattempo, resti esattamente dov’è.

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