Da semplice cittadino ed elettore devo dirlo: sono indignato per quello che sta succedendo intorno alla nuova legge elettorale. Non perché abbia la pretesa di essere un esperto di sistemi elettorali, ma proprio perché sono un cittadino. Uno di quelli che, quando arriva il giorno delle elezioni, dovrebbe avere una cosa semplice: capire chi vota e poter scegliere davvero chi vuole mandare in Parlamento. E invece ci stanno preparando un sistema fatto di liste, soglie, capilista, preferenze, premi di maggioranza e, adesso, persino la possibilità di un ballottaggio. Una costruzione talmente complicata che rischiamo davvero di trovarci davanti a una scheda-lenzuolo.
E vediamo perché. Nel sistema che si sta delineando, per ogni lista ci sarebbe un CAPOLISTA BLOCCATO PIÙ ALTRI SEI CANDIDATI. Quindi SETTE NOMI PER OGNI LISTA. Sui sei candidati l’elettore potrebbe esprimere le proprie preferenze, mentre il capolista rimarrebbe legato alla posizione stabilita dal partito. Ora moltiplicate quei sette nomi per tutte le liste che si presenteranno, aggiungete i simboli, le coalizioni e tutto quello che serve per esprimere il voto. E poi chiamatela pure scheda elettorale. A me sembra più un LENZUOLO.
Ma soprattutto mi chiedo: siamo sicuri che stiamo semplificando il voto ai cittadini? Perché una cosa dovrebbe essere semplice: il cittadino entra nel seggio, prende la scheda, sa chi vuole votare e può indicarlo con chiarezza. Non dovrebbe trovarsi davanti una scheda da consultare come fosse il menù di un ristorante.
Poi arrivano le soglie. Nel testo approvato dalla Camera è prevista una soglia di sbarramento del 3% per le liste e un premio di maggioranza legato al raggiungimento del 42% in entrambe le Camere: 70 seggi alla Camera e 35 al Senato. Se il 42% non viene raggiunto, il premio non scatta e i seggi vengono distribuiti proporzionalmente.
E c’è poi l’indicazione del candidato alla Presidenza del Consiglio. Le forze politiche devono indicare nel programma elettorale il nome e il cognome della persona che intendono proporre per l’incarico di Presidente del Consiglio, nel rispetto delle prerogative del Presidente della Repubblica. In caso di coalizione, il nome indicato deve essere lo stesso per tutte le forze politiche coalizzate. Attenzione: il nome non viene materialmente stampato sulla scheda elettorale, ma la sua indicazione diventa obbligatoria per la presentazione delle liste.
E qui, secondo me, c’è un altro aspetto politico tutt’altro che secondario: questa indicazione rischia di mettere ancora più in difficoltà il cosiddetto “campo largo”, perché le forze che vorrebbero presentarsi insieme dovrebbero trovare un accordo non soltanto sulle liste e sulle candidature, ma anche sul nome della persona da proporre alla guida del Governo. Una cosa è mettere insieme partiti diversi contro qualcuno; un’altra è spiegare agli elettori, prima del voto, chi dovrebbe essere il loro candidato alla Presidenza del Consiglio.
E qui torniamo alle preferenze. Possiamo chiamarle preferenze, certo. Ma io continuo a considerarle preferenze a metà: il capolista rimane bloccato e viene determinato dalla posizione stabilita dal partito, mentre l’elettore può scegliere gli altri candidati. Per me è uno specchio per le allodole: si dà al cittadino l’impressione di poter scegliere, mentre una parte importante degli eletti continua a essere determinata dai partiti.
E come se non bastasse, al Senato si discute anche del possibile ballottaggio. Ma attenzione: non stiamo parlando del ballottaggio di un collegio, dove almeno il cittadino sa esattamente quali candidati sta scegliendo. Qui si parla di un ballottaggio nazionale tra coalizioni. Al primo turno voto una lista o una coalizione. Se nessuno raggiunge la soglia prevista, si torna alle urne per una seconda “manche” e si vota nuovamente tra le coalizioni.
E chi vince cosa porta a casa? Il premio di 70 deputati e 35 senatori previsto dal meccanismo di maggioranza.
Ma quei 105 seggi non li hai scelti direttamente con il voto del ballottaggio: vengono attribuiti attraverso il meccanismo delle liste. Un ballottaggio di collegio lo capirei anche: due candidati, un territorio preciso, sai chi stai scegliendo e sai chi, eventualmente, vuoi mandare in Parlamento. Questo invece è un ballottaggio nazionale tra coalizioni. E il vincitore si porta dietro un premio di 70 deputati e 35 senatori che il cittadino non ha scelto direttamente con quel secondo voto.
Francamente, a me sembra una STUPIDATA. Anzi, per come la vedo io, è l’ennesimo pezzo di quella che considero una vera e propria TRUFFA AI DANNI DEGLI ELETTORI.
C’è poi un punto che considero ancora più importante. La Costituzione si occupa della rappresentanza e garantisce a tutti gli elettori il diritto di esprimere liberamente il proprio voto. Non indica la governabilità come principio della legge elettorale. La governabilità può certamente essere un obiettivo politico, ma non può diventare il pretesto per togliere al cittadino la possibilità di scegliere davvero chi lo rappresenta.
Per me il punto è tutto qui:
LA COSTITUZIONE PARLA DI RAPPRESENTANZA, NON DI GOVERNABILITÀ.
PERCHÉ, SECONDO ME, VOGLIONO QUESTA LEGGE
E qui arrivo a una mia considerazione, che resta una considerazione e non una certezza. Mi chiedo se, dietro tutta questa costruzione, non ci sia anche la volontà di trovare un sistema capace di limitare fenomeni politici come quello di Vannacci.
Non sto dicendo che la legge sia stata fatta per fermare Vannacci: non lo so e non posso affermarlo. Ma alcuni dei meccanismi che vengono discussi possono produrre anche questo effetto.
Prendiamo proprio il possibile ballottaggio nazionale. Una forza politica può ottenere un consenso importante, ma poi essere costretta a misurarsi in una seconda partita nella quale il peso delle grandi coalizioni diventa determinante. E lo stesso può valere per soglie, premi e meccanismi di distribuzione dei seggi.
Se, tra gli obiettivi non dichiarati, ci fosse anche quello di ridimensionare Vannacci, allora io dico: perché non dirlo apertamente? Perché non lasciare semplicemente che siano gli elettori a decidere?
Io non voglio una legge contro Vannacci. Voglio una legge uguale per tutti.
Se Vannacci ha consenso, deve poter essere eletto. Se ne ha abbastanza per vincere, deve vincere. Se non ne ha abbastanza, deve restare fuori. Ma deve essere il voto degli italiani a stabilirlo, non un meccanismo costruito a tavolino.
Perché una legge elettorale seria non dovrebbe essere costruita pensando a una persona, a un partito o a una coalizione del momento. Oggi può chiamarsi Vannacci. Domani potrebbe chiamarsi in un altro modo.
E allora il principio deve essere uno solo:
STESSE REGOLE PER TUTTI.
QUELLO CHE SUGGERISCO IO
E allora, da semplice cittadino ed elettore, mi permetto di suggerire una strada molto più semplice.
Perché non ripartire dal vecchio Mattarellum, naturalmente corretto e aggiornato ai nostri tempi? Il 75% dei parlamentari eletti nei collegi uninominali e il restante 25% con il proporzionale.
Nei collegi ogni coalizione presenta un solo candidato: il centrodestra il suo, il centrosinistra il suo e così le altre forze politiche. Poi si vota e vince chi prende più voti.
È vero: anche nell’uninominale sono i partiti e le coalizioni a scegliere i candidati. Ma c’è una differenza fondamentale: il candidato indicato dal partito deve poi convincere gli elettori e vincere il collegio.
Se perde, resta fuori dal Parlamento.
Non c’è una lista nella quale essere sistemato al primo posto. Non c’è un capolista bloccato che possa essere eletto senza una scelta personale dell’elettore.
E il restante 25%? Proporzionale sì, ma con preferenze vere, senza liste bloccate. Il partito presenta i candidati, ma sono gli elettori a decidere quali di loro mandare in Parlamento.
E aggiungerei una regola molto semplice:
NIENTE DOPPIE CANDIDATURE.
Un candidato, un collegio. O si presenta nell’uninominale oppure nella parte proporzionale. NON IN ENTRAMBI.
Se scegli di confrontarti direttamente con gli elettori in un collegio, devi essere disposto ad accettarne il risultato. Se perdi, perdi. Non puoi avere una seconda possibilità già prenotata nella lista proporzionale.
Altrimenti anche l’uninominale rischia di diventare soltanto una porta d’ingresso, con la rete di sicurezza del proporzionale.
Anche Vannacci, naturalmente, potrebbe presentarsi. Se decidesse di correre da solo, fuori dalle coalizioni, dovrebbe conquistarsi un collegio. Se convincesse più elettori degli altri, vincerebbe. Se perdesse, non sarebbe stato sconfitto da una legge costruita contro di lui: sarebbe stato sconfitto dagli elettori.
E questo, secondo me, dovrebbe valere per tutti.
Perché forse il problema vero non è Vannacci. Il problema è che da anni continuiamo a discutere di sistemi nei quali i partiti hanno un enorme potere nel decidere chi siede in Parlamento, mentre ci dimentichiamo della cosa più importante:
IL CITTADINO.
E poi ci meravigliamo se sempre meno italiani vanno a votare. Le ragioni dell’astensionismo sono certamente molte: sfiducia, promesse non mantenute, distanza dalla politica, delusione. Ma possiamo almeno chiederci se non contribuisca anche la sensazione che il nostro voto serva più a scegliere una squadra che una persona.
Siamo diventati un po’ come i tifosi di calcio: destra contro sinistra, governo contro opposizione, uno contro l’altro. Spesso si vota non per scegliere chi ci convince, ma per impedire che vinca l’altra squadra.
Io invece vorrei tornare a essere semplicemente un cittadino che sceglie chi deve rappresentarlo.
E allora la mia domanda finale alla politica è questa:
NON FATE UNA LEGGE ELETTORALE PER VANNACCI, CONTRO VANNACCI, PER MELONI O CONTRO MELONI.
FATE UNA LEGGE ELETTORALE PER GLI ITALIANI.
La governabilità può essere un obiettivo politico, ma prima viene la rappresentanza.
Perché una democrazia non dovrebbe chiedere al cittadino soltanto di scegliere chi governa.
DOVREBBE PERMETTERGLI DI SCEGLIERE CHI LO RAPPRESENTA.
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