STUDENTI IN PIAZZA: QUANDO IL FUTURO DIVENTA UN LUSSO, PROTESTARE È UN DIRITTO
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Non chiedono privilegi, chiedono di poter studiare, trovare una casa e costruirsi una vita. E uno Stato che non ascolta i giovani non può stupirsi se i giovani smettono di fidarsi dello Stato.
C’è una domanda che dovremmo porci prima di liquidare le proteste studentesche come l’ennesimo problema di ordine pubblico: che cosa stiamo offrendo ai giovani? Affitti sempre più difficili da sostenere, costo della vita che pesa sulle famiglie e università che, tra tasse, trasporti, alloggi e spese quotidiane, rischiano di diventare un percorso accessibile soprattutto a chi può contare sul portafoglio di mamma e papà. Perché il diritto allo studio è scritto nelle leggi, ma deve essere garantito anche nella vita reale. Se un ragazzo è capace, ha voglia di studiare e vuole costruirsi un futuro, ma la sua famiglia non può mantenerlo fuori sede, quel diritto è davvero uguale per tutti?
Non è soltanto una questione italiana. Le mobilitazioni studentesche attraversano l’Europa e mettono insieme rivendicazioni diverse, ma legate da un problema comune: l’accesso all’istruzione, il costo della vita, la casa, le disuguaglianze e la richiesta di istituzioni più attente. Il monitoraggio dell’European Students’ Union ha registrato 54 azioni di protesta in 22 Paesi tra marzo e maggio 2026. Non sono numeri da liquidare con una scrollata di spalle: raccontano un disagio che merita risposte politiche, non soltanto commenti sull’ordine pubblico.
E in Italia il problema assume un significato particolare. Questo governo ha introdotto con il decreto sicurezza del 2025 il reato di blocco stradale, restringendo ulteriormente lo spazio di alcune forme di protesta. La sicurezza è un’esigenza legittima, ma lo è altrettanto il diritto di manifestare. La domanda è dove si trovi il confine tra la tutela della collettività e il rischio di trasformare il dissenso in un problema da reprimere anziché in una richiesta da ascoltare.
La protesta studentesca può essere dura, rumorosa, scomoda. Può interrompere la routine di una città e costringere la politica a occuparsi di ciò che preferirebbe lasciare ai margini. Ma deve restare distinta dalla violenza gratuita, dalle aggressioni e dalla devastazione. Chi sceglie la violenza non rafforza necessariamente una causa: rischia di oscurarne le ragioni, di allontanare i cittadini solidali e di offrire alle istituzioni il pretesto per spostare il dibattito dai problemi denunciati agli incidenti di piazza. Isolare gli estremisti significa difendere la protesta, non indebolirla.
C’è poi una questione che merita una riflessione seria: il modo in cui le istituzioni gestiscono le diverse categorie di manifestanti. Quando protestano gli studenti, il dibattito pubblico si concentra spesso sugli scontri, sui disordini e sulla necessità di ristabilire l’ordine. Quando a mobilitarsi sono categorie economiche organizzate, come gli autotrasportatori, entrano in gioco anche la trattativa, la mediazione e il peso delle conseguenze economiche dei blocchi. Le situazioni non sono identiche e vanno confrontate con attenzione, ma proprio per questo occorre chiedere criteri trasparenti e coerenti: la fermezza deve dipendere dai comportamenti concreti, non dalla forza contrattuale o dalla convenienza politica di chi protesta.
Il governo Meloni ha scelto di rafforzare gli strumenti di sicurezza e di inasprire le sanzioni per alcune condotte legate alle manifestazioni. È una scelta politica di cui deve rispondere pubblicamente, soprattutto quando si discute degli effetti sulle libertà civili. Ma la sicurezza non può diventare l’unica risposta a una generazione che denuncia difficoltà materiali. Non basta dire che le regole vanno rispettate: bisogna anche spiegare quali opportunità concrete si intendano garantire a chi oggi non può permettersi una stanza vicino all’università, a chi lavora per mantenersi agli studi e a chi rischia di rinunciare prima ancora di cominciare.
La politica non può pretendere che i giovani siano responsabili senza interrogarsi sulle responsabilità delle istituzioni. Non può chiedere sacrifici alle famiglie senza chiedersi quanto sia sostenibile il costo di un percorso universitario. E non può invocare il merito se le condizioni di partenza sono così diverse da rendere quel merito difficile perfino da dimostrare.
Per questo le ragioni degli studenti vanno ascoltate, anche quando la protesta è scomoda. Vanno giudicati gli atti di violenza, non cancellate le rivendicazioni di un’intera generazione. E chi governa deve essere chiamato a rispondere delle politiche adottate, delle risorse destinate al diritto allo studio e delle misure messe in campo per affrontare l’emergenza abitativa.
Perché un Paese che lascia indietro i figli di chi lavora non sta soltanto negando loro un’opportunità: rischia di impoverire il proprio futuro.
La domanda finale è semplice: vogliamo giovani obbedienti perché rassegnati, oppure cittadini liberi di protestare, studiare e pretendere un futuro migliore?
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