C’è una domanda che, davanti a quello che sta accadendo in queste settimane nei palazzi della Regione siciliana, viene quasi spontanea: perché la Sicilia dovrebbe funzionare meglio di come funziona?
Non è una domanda sulle singole inchieste giudiziarie, né sulle persone coinvolte. Le responsabilità penali le stabiliscono i tribunali. Ma esiste anche una responsabilità politica, e quella non aspetta necessariamente una sentenza. In queste settimane la cronaca giudiziaria è tornata a occuparsi pesantemente della politica regionale: l’inchiesta su Gaetano Armao e sul deputato regionale Giuseppe Geremia Lombardo, il processo che vede imputato il presidente dell’ARS Gaetano Galvagno, il caso Cefpas. Sono vicende diverse, con accuse e responsabilità ancora da accertare. Ma sarebbe troppo facile fermarsi all’elenco degli indagati.
Il problema vero è un altro: perché, accanto alle inchieste, continuiamo ad avere una Regione che fatica a risolvere problemi che conosciamo da decenni? Rifiuti, acqua, sanità, trasporti, infrastrutture, società partecipate, burocrazia, programmazione. Settori diversi, responsabilità diverse, ma tutti riconducibili in larga parte a una macchina regionale che dovrebbe programmare, controllare e produrre risultati.
E allora forse dobbiamo avere il coraggio di porci anche una domanda scomoda sulla qualità della nostra democrazia. Siamo sicuri che in Sicilia si voti prevalentemente sulla base di idee politiche, programmi e visioni del futuro? O esiste ancora una parte di elettorato disposta a scambiare il proprio consenso con una promessa, una raccomandazione, un favore, un “salto della fila”, la soluzione di un problema personale?
Perché se il rapporto tra elettore e politico diventa questo, il meccanismo è perverso: il politico non deve più dimostrare di saper governare una Regione, deve soltanto dimostrare di poter risolvere qualche problema al singolo elettore. E l’elettore, nella migliore delle ipotesi, diventa un credulone. Nella peggiore, partecipa consapevolmente a un sistema di scambio che poi finisce per danneggiare tutti.
La Corte dei conti, proprio in questi giorni, ha evidenziato gravi carenze nella gestione del sistema dei rifiuti. E allora la domanda diventa inevitabile: possibile che serva sempre un’emergenza, un’inchiesta, una sentenza o un intervento della Corte dei conti per accorgersi che qualcosa non funziona?
La politica dovrebbe essere capace di controllare se stessa. Gli strumenti esistono, le leggi esistono, i controlli esistono. L’ARS ha persino una Commissione d’inchiesta e vigilanza sulla mafia e sulla corruzione. Quello che continua a essere difficile da trovare, però, è il risultato.
Non si tratta di dire che tutta la politica siciliana sia corrotta o incapace. Sarebbe una generalizzazione ingiusta. Si tratta però di chiedersi se la classe dirigente che la Sicilia esprime sia davvero all’altezza dei problemi che dovrebbe governare. E, contemporaneamente, se noi elettori siamo davvero estranei a questo meccanismo.
Perché alla fine il conto arriva sempre. Anche quando abbiamo ottenuto il favore, il posto, la scorciatoia o il piccolo privilegio che ci sembrava così importante. Arriva sotto forma di servizi che non funzionano, strade che non si fanno, treni che non arrivano, sanità che costringe a partire, rifiuti che restano per strada.
E allora forse siamo proprio noi, alla fine, i creduloni che hanno creduto alla promessa e i cornuti e gabbati che pagano il conto.
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