Perché Italia dovrebbe dimettersi

Se sapeva, deve spiegare. Se non sapeva, è ancora peggio. E se non vedeva ieri, chi ci assicura che veda oggi?

«Profondamente addolorato». È così che il sindaco Francesco Italia si è presentato ai siracusani dopo l’esplosione dell’inchiesta sugli appalti al Comune. Addolorato per la persona coinvolta, ha detto, e soprattutto per la gravità delle accuse, tanto pesanti da non riuscire neppure a pronunciarle. Poi ha ricordato di non essere sottoposto a misure cautelari, di non aver subito perquisizioni o sequestri e ha assicurato che continuerà a indossare la fascia tricolore «con senso del dovere, amore, passione, abnegazione, rispetto e onore». Tutto molto solenne. Ma la domanda resta: addolorato di che cosa, sindaco? Perché il dolore personale, vero o presunto che sia, non risponde alle domande dei cittadini e non cancella le responsabilità politiche.

L’inchiesta Nexus riguarda presunte irregolarità negli appalti pubblici. La vicenda giudiziaria è ancora tutta da accertare e nessuno può essere considerato colpevole prima di una sentenza. Il sindaco risulta indagato, mentre Concetta Carbone è stata sottoposta agli arresti domiciliari. Le posizioni sono diverse e non vanno confuse. Ma ricordare di non essere destinatario di misure cautelari non esaurisce le domande che i cittadini hanno il diritto di rivolgere a chi governa la città. La magistratura farà il suo lavoro; la politica, nel frattempo, non può sospendere il proprio dovere di rendere conto.

La questione è semplice, anche se la risposta potrebbe non esserlo. Se Italia sapeva, deve spiegare che cosa sapesse, quando lo abbia saputo e che cosa abbia fatto. Se non sapeva, deve spiegare come sia stato possibile che, nel palazzo di cui è il massimo responsabile politico, si siano sviluppate vicende tanto gravi senza che lui se ne accorgesse. Insomma, quale sarebbe la sua funzione? Fare il sindaco oppure svolazzare sopra il Vermexio come un angioletto, ignaro di ciò che accade sotto le sue ali? Non sto dicendo che sia colpevole: sto chiedendo se sia adeguato a continuare a governare.

Ma c’è una domanda ancora più inquietante, che riguarda il presente e il futuro: se il sindaco non vedeva quello che accadeva ieri, chi ci assicura che stia vedendo quello che accade oggi? E soprattutto, quali garanzie abbiamo che non continui a non vedere domani? Perché il problema non è soltanto capire che cosa sia successo sotto la sua amministrazione, ma sapere se possiamo ancora fidarci della sua capacità di governarla. Un sindaco che non si accorge di ciò che accade nel palazzo di cui è responsabile può chiedere ai cittadini di avere fiducia, ma non può pretendere che gliela accordino sulla parola.

E non c’è bisogno di trasformare ogni decisione amministrativa in una prova giudiziaria per valutare un’amministrazione. Prendiamo il trasporto pubblico locale: l’affidamento del servizio a SAIS per nove anni, per un importo nell’ordine di 29 milioni di euro, con una sola offerta e un ribasso dello 0,15%. Questi elementi, da soli, non dimostrano alcuna irregolarità. Ma impongono domande politiche legittime: il Comune ha ottenuto le condizioni migliori possibili? I cittadini avranno un servizio all’altezza? Chi vigilerà sugli obblighi del concessionario? E perché, ogni volta che si affidano servizi pubblici, il cittadino dovrebbe limitarsi a pagare e fidarsi?

Lo stesso vale per i parcheggi e le strisce blu, un patrimonio che produce entrate e riguarda direttamente la vita quotidiana dei siracusani. Quando si parla di affidare a privati la gestione di un servizio e di una fonte di ricavi pubblici, la domanda non è ideologica: quali vantaggi concreti ottiene la città? Quali garanzie vengono messe nero su bianco? Quanto resta nelle casse comunali e quanto controllo mantiene l’amministrazione? Il denaro pubblico non è una proprietà privata del sindaco né della maggioranza che lo sostiene. E la trasparenza non è un favore concesso ai cittadini: è un obbligo.

Poi c’è l’acqua. Dal 25 giugno il servizio idrico è passato da SIAM ad Aretusacque. Nella fase iniziale, la società ha dichiarato che sarebbero rimaste in vigore le tariffe precedenti: dunque non si può sostenere, senza prove, che il cambio di gestore abbia già comportato un aumento delle tariffe. Ma gli utenti si sono trovati anche davanti alla contestata richiesta di un deposito cauzionale, che in alcuni casi può arrivare a circa 300 euro, con pagamenti suddivisi in rate. Aretusacque sostiene che la cauzione sia prevista dalla regolazione nazionale e che non si tratti di una nuova tariffa; le modalità di applicazione hanno tuttavia suscitato proteste e contestazioni, anche in relazione agli utenti economicamente più fragili. E allora chi tutela i siracusani? Chi verifica che le regole siano applicate correttamente e che il passaggio tra gestori non si traduca in ulteriori difficoltà per le famiglie?

Qui Italia non può chiamarsi fuori come un semplice spettatore: è presidente dell’ATI idrico, l’organismo territoriale che ha un ruolo nella gestione del servizio. Non basta che una società invochi una norma: occorre che chi governa e vigila sappia spiegare quali garanzie siano state ottenute per gli utenti e quali controlli siano previsti. Perché il rischio, agli occhi dei cittadini, è sempre lo stesso: si organizzano gestioni, si affidano servizi, si cambiano procedure e, alla fine, il conto economico e burocratico arriva a chi deve aprire il rubinetto e pagare la bolletta. Fare gli imprenditori con i soldi dei cittadini è facile; tutelare i cittadini è il vero compito della politica. L’acqua non è un lusso e i siracusani non sono un bancomat.

Sia chiaro: non sto sostenendo che l’affidamento dei trasporti, la gestione dei parcheggi o il passaggio del servizio idrico siano collegati all’inchiesta Nexus. Non ho elementi per affermarlo e non lo affermo. Sono questioni distinte, da valutare sulla base dei rispettivi atti e fatti. Ma fanno tutte parte del bilancio politico di un’amministrazione: la qualità delle decisioni, la tutela dell’interesse pubblico, la capacità di controllare e la disponibilità a rispondere alle domande.

Ecco perché, a mio giudizio, Francesco Italia dovrebbe dimettersi. Non perché un’indagine equivalga a una condanna, non perché si debba anticipare il lavoro dei magistrati, ma perché un sindaco non è soltanto una persona che può rivendicare di non essere stata arrestata o perquisita. È il responsabile politico di un’amministrazione e deve essere giudicato anche per la fiducia che riesce a garantire alla città. Se ritiene di aver agito correttamente, spieghi, documenti, chiarisca. Se pensa che basti dichiararsi addolorato e promettere di continuare a indossare la fascia tricolore, allora confonde il simbolo con la responsabilità.

La fascia tricolore non è un mantello dell’invisibilità. E il Vermexio non è un luogo dove si può amministrare senza vedere, senza sentire e senza rispondere. Se Italia sapeva, deve spiegare. Se non sapeva, deve spiegare come abbia potuto non sapere. E se non vedeva ieri, chi ci assicura che veda oggi? In entrambi i casi, la città ha diritto a qualcosa di più di un video pieno di dolore e buone intenzioni. Siracusa non appartiene al sindaco, alla sua maggioranza o a chiunque abbia avuto accesso alle stanze del potere. Appartiene ai cittadini. E sono loro, prima ancora delle dichiarazioni di circostanza, a meritare rispetto.

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