Io sono io e voi non siete un cazzo

Dio, patria e famiglia. Ma quale famiglia?

Parto da una cosa sulla quale voglio essere molto chiaro: io amo l’idea della famiglia libera. Non di una famiglia ingabbiata in cliché conservatori e religiosi, ma di una famiglia nella quale due persone si amano, scelgono di vivere insieme, crescono dei figli e costruiscono la propria vita secondo le proprie convinzioni. E vorrei che questa libertà fosse di tutti. Proprio di tutti.

Per questo non mi interessa affatto giudicare Alice Weidel perché è lesbica. Rispetto totalmente il suo orientamento sessuale e non penso minimamente che l’amore tra due persone dello stesso sesso sia “contro natura”. Ognuno deve essere libero di amare chi vuole e di costruire la famiglia che vuole.

Ed è proprio per questo che la storia personale della leader dell’AfD tedesca diventa interessante quando la si mette accanto alle idee politiche del partito che rappresenta. Alice Weidel è tedesca, ma vive in Svizzera con la sua famiglia. La sua compagna, è nata in Sri Lanka e insieme hanno due figli adottivi. Non c’è assolutamente nulla di cui scandalizzarsi: è una famiglia. Punto.

Il problema nasce quando si guarda dall’altra parte dello specchio. L’AfD dichiara apertamente di avere come modello la famiglia tradizionale e nel proprio programma la definisce attraverso padre, madre e figli. Nel programma elettorale del 2025 scrive che “la famiglia, composta da padre, madre e figli, è la cellula germinale della società”. E allora una domanda mi viene spontanea: perché ciò che una persona rivendica legittimamente per sé sul piano personale, sociale e familiare dovrebbe diventare un diritto da limitare quando riguarda gli altri?

Weidel rivendica la libertà di amare una donna, di vivere con lei, di costruire una famiglia e di crescere due figli adottivi. E io difendo senza riserve quella libertà. Ma quella stessa libertà deve valere anche per gli altri. Non può esistere una libertà a geometria variabile: piena per me e ridotta per chi non appartiene al mio modello di società.

Io non ho nessun problema con chi vuole vivere in una famiglia tradizionale. Nessuno. Ho un problema quando la propria idea di famiglia diventa una regola da imporre agli altri. Perché io sono per la famiglia. Ma sono per la famiglia libera: quella tradizionale, se due persone la scelgono; quella arcobaleno, se due persone la scelgono; quella adottiva, se qualcuno decide di costruirla attraverso l’adozione. Quella che nasce dall’amore, dalla responsabilità e dalla scelta di stare insieme.

Non credo che lo Stato debba chiedere a una famiglia se è abbastanza “naturale” per meritare rispetto. E soprattutto non credo che la natura possa essere utilizzata come un timbro politico per stabilire quali persone abbiano diritto a chiamarsi famiglia e quali no.

Ed è qui che la storia di Alice Weidel diventa quasi una metafora: la realtà è sempre più complicata degli slogan politici. “Dio, patria e famiglia” può essere uno slogan. Ma quando si pronuncia la parola famiglia, io vorrei sapere se dentro quella parola ci sono davvero tutti. Anche quelli che non assomigliano a noi. Anche quelli che amano diversamente da noi. Anche quelli che hanno costruito la propria famiglia in modo diverso dal nostro.

Altrimenti il rischio è quello di arrivare alla vecchia battuta del Marchese del Grillo: “Io sono io e voi non siete un cazzo”. Naturalmente non sto attribuendo questa frase ad Alice Weidel. La uso come provocazione. Perché il punto, alla fine, è semplice: la libertà che rivendico per me deve essere una libertà che riconosco anche agli altri. Altrimenti non è libertà. È privilegio.

E allora sì, io amo l’idea della famiglia.
Ma di una famiglia libera. Per tutti.

(Dedicato a coloro che sparlano di attacchi omofobi)

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