Non è violenza non poter vivere dignitosamente?

Gli assalti ai negozi nei quartieri eleganti di Milano, Bologna e Torino vanno condannati, senza se e senza ma. Ma fermarsi alla condanna è troppo comodo. La domanda è un’altra: perché alcuni ragazzi arrivano a identificare nei simboli della ricchezza il bersaglio della propria rabbia?

È facile indignarsi quando vengono disturbati gli aperitivi nei salotti buoni, quando si rompono le vetrine dei negozi di lusso e la tranquillità dei privilegiati viene messa in discussione. Molto meno comodo è guardare ciò che accade fuori da quei salotti.

Non è violenza non poter aspirare ad avere una casa, una famiglia, una vita dignitosa? Non è violenza lavorare e non arrivare a fine mese? Non è violenza ammalarsi e non potersi curare? Non è violenza non poter studiare? Non è violenza essere costretti a emigrare perché nella propria terra non si riesce a costruire un futuro?

Queste violenze non rompono vetrine e non interrompono cocktail. Si consumano ogni giorno, silenziosamente, nella vita di chi scopre che lavorare non basta, che l’affitto divora lo stipendio, che le città in cui è nato non sono più alla sua portata.

I centri storici e interi quartieri residenziali diventano occasioni di profitto: affitti turistici, rendite immobiliari, fondi d’investimento senza legami con i territori. La casa diventa un prodotto finanziario, la città un mercato e il cittadino un ostacolo quando non può permettersi di pagare.

Attenzione: spiegare non significa giustificare. La violenza va condannata e le responsabilità individuali accertate. Ma non possiamo liquidare tutto come un problema di ordine pubblico e fingere di non vedere le disuguaglianze che attraversano la società.

La vetrina infranta fa notizia. Il lavoratore povero, il giovane che rinuncia all’università, il malato che aspetta o paga perché non riesce ad accedere alle cure, molto meno.

Una società non può dirsi giusta soltanto perché le sue strade sono tranquille, se a tante persone viene negata la possibilità di vivere con dignità.

Non dobbiamo trasformare chi assalta i negozi in un eroe della lotta di classe. Dobbiamo però domandarci che cosa accade quando una società promette opportunità a tutti e poi le rende accessibili soltanto a chi può permettersele.

Condanniamo gli assalti, dunque. Ma non usiamo la condanna per evitare le domande scomode.

Perché la violenza contro una vetrina è visibile. Quella che nasce dall’impossibilità di curarsi, studiare, avere una casa o costruire una famiglia è molto meno visibile, ma non per questo meno importante.

La prima va fermata. La seconda non può essere ignorata.

E se ci indigniamo soltanto per il vetro rotto e non per le fratture di una società sempre più disuguale, finiamo per occuparci del rumore senza voler ascoltare ciò che lo ha prodotto.

Forse il vero problema è proprio questo: ci accorgiamo della rabbia soltanto quando arriva a disturbare i nostri aperitivi.

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