ABBIAMO GLI STESSI PROBLEMI. PERCHÉ ALLORA IN ITALIA NON NASCE UNA PROTESTA DI TUTTI?

Guardando quello che sta succedendo in Francia e in Spagna viene spontanea una domanda: ma noi italiani abbiamo davvero problemi così diversi? In Francia studenti, insegnanti e dipendenti pubblici protestano per salari, potere d’acquisto, scuola e servizi pubblici. In Spagna decine di migliaia di persone scendono in piazza per la casa, gli affitti, gli sfratti e la difficoltà, soprattutto per i giovani, di costruirsi un’autonomia. Problemi francesi e spagnoli? Certo. Ma anche problemi italiani. Il costo della vita, gli stipendi che non bastano, la casa, gli affitti, la sanità, la scuola, i trasporti, il lavoro precario, le tasse, il prezzo della benzina e dell’energia, il futuro dei giovani. Anche in Italia, il 2 ottobre, c’è stato uno sciopero generale con rivendicazioni proprio su costo della vita, prezzi, salari e pressione fiscale. Quindi non è vero che da noi non protesta nessuno. La domanda è un’altra: perché le nostre proteste restano così spesso separate? Gli insegnanti protestano per la scuola, i lavoratori per il salario, i pendolari per i treni, gli agricoltori per i costi, i commercianti per le tasse, i giovani per il lavoro, gli inquilini per gli affitti, i cittadini per la sanità. Tutti hanno una ragione, ma raramente queste ragioni diventano una sola grande domanda collettiva. E qui arriva la parte più scomoda. Forse non è soltanto rassegnazione. Forse siamo diventati una società nella quale il problema pubblico viene vissuto come un problema privato. Se la sanità non funziona, cerco qualcuno che mi faccia passare prima. Se ho un problema con un ufficio, cerco la persona giusta. Se devo ottenere qualcosa, provo a capire chi chiamare. Se una regola mi penalizza, cerco una strada per aggirarla. Questo è soltanto un mio pensiero, naturalmente, ma vale la pena discuterne: un Paese nel quale si spera di risolvere individualmente il proprio problema attraverso una conoscenza, un favore, una raccomandazione o una scorciatoia ha meno bisogno, almeno nell’immediato, di battersi perché quella regola cambi per tutti. E allora la domanda diventa davvero scomoda: se io spero di ottenere un favore per me, perché dovrei scendere in piazza per cambiare una regola che riguarda tutti? Forse è anche questa una delle ragioni per cui il malcontento italiano fatica a trasformarsi in mobilitazione collettiva. Non necessariamente perché siamo più soddisfatti degli altri, ma perché abbiamo imparato a cercare una soluzione personale a un problema che invece sarebbe collettivo. In Francia la protesta riesce ancora, in determinate circostanze, a mettere insieme categorie diverse. In Spagna la casa è diventata una questione nazionale. In Italia abbiamo problemi analoghi, ma spesso li affrontiamo uno alla volta.

Il favore invece del diritto. La conoscenza invece della regola. La scorciatoia invece della strada comune. E allora forse la domanda non è: «Perché in Italia non protesta nessuno?». La domanda è: perché in Italia protestiamo così raramente tutti insieme per problemi che riguardano tutti? Forse siamo rassegnati. Forse siamo individualisti. Forse non ci fidiamo più delle istituzioni. O forse, sotto sotto, continuiamo a sperare che qualcuno ci faccia una telefonata, ci apra una porta, ci dia una mano. Una scorciatoia. Un favore. Un’eccezione.

Ma se ognuno cerca la propria eccezione, chi rimane a battersi perché la regola cambi?

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