Tutti hanno una ragione, ma raramente queste ragioni diventano una sola grande domanda collettiva. E qui arriva la parte più scomoda. Forse non è soltanto rassegnazione. Forse siamo diventati una società nella quale il problema pubblico viene vissuto come un problema privato. Se la sanità non funziona, cerco qualcuno che mi faccia passare prima. Se ho un problema con un ufficio, cerco la persona giusta. Se devo ottenere qualcosa, provo a capire chi chiamare. Se una regola mi penalizza, cerco una strada per aggirarla. Questo è soltanto un mio pensiero, naturalmente, ma vale la pena discuterne: un Paese nel quale si spera di risolvere individualmente il proprio problema attraverso una conoscenza, un favore, una raccomandazione o una scorciatoia ha meno bisogno, almeno nell’immediato, di battersi perché quella regola cambi per tutti. E allora la domanda diventa davvero scomoda: se io spero di ottenere un favore per me, perché dovrei scendere in piazza per cambiare una regola che riguarda tutti? Forse è anche questa una delle ragioni per cui il malcontento italiano fatica a trasformarsi in mobilitazione collettiva. Non necessariamente perché siamo più soddisfatti degli altri, ma perché abbiamo imparato a cercare una soluzione personale a un problema che invece sarebbe collettivo. In Francia la protesta riesce ancora, in determinate circostanze, a mettere insieme categorie diverse. In Spagna la casa è diventata una questione nazionale. In Italia abbiamo problemi analoghi, ma spesso li affrontiamo uno alla volta.