LE INCOMPIUTE DEL NASTRO

A Siracusa inaugurare non basta

Da qualche tempo mi sono posto una domanda: a Siracusa siamo diventati più bravi a inaugurare le opere che a farle funzionare? È una domanda che mi è venuta osservando alcune vicende degli ultimi anni e mettendo semplicemente in fila date, inaugurazioni, finanziamenti e quello che è successo dopo. Non voglio fare un processo all’amministrazione Italia, né sostenere che tutto ciò che è stato realizzato in questi anni sia un’incompiuta. Voglio però raccontare alcune storie che, secondo me, meritano una riflessione. Anche perché quando si parla di opere pubbliche si parla di soldi dei cittadini.

Parto dal Mercato Ittico, perché è probabilmente il caso che mi ha fatto nascere questa riflessione. Dopo circa vent’anni di chiusura, il 26 settembre 2024 arriva finalmente il giorno del taglio del nastro. Quasi tre milioni di euro di investimento pubblico per restituire alla città un Mercato Ittico completamente riqualificato, moderno e funzionale, destinato a diventare un punto di riferimento per la marineria siracusana. Ci sono il sindaco Francesco Italia, il vicesindaco e assessore alle Attività produttive Edy Bandiera, autorità, fotografi e naturalmente il nastro. Tutto pronto, dunque? A quanto pare mancava ancora un particolare piuttosto importante: chi avrebbe dovuto gestirlo. Da allora sono arrivati bandi, procedure, verifiche, attese e discussioni. Nel gennaio 2026 la questione era ancora oggetto di discussione in commissione consiliare e successivamente la procedura non è arrivata all’affidamento definitivo. E mentre le fotografie dell’inaugurazione continuano giustamente a ricordare quel giorno, il mercato, a quasi due anni da quel taglio del nastro, aspetta ancora di poter svolgere pienamente la funzione per la quale è stato realizzato.C’è poi un’altra domanda che forse merita una risposta: che cosa succede a una struttura appena riqualificata quando rimane inutilizzata per così tanto tempo? Un edificio non si conserva da solo. Impianti, coperture, infissi, sistemi frigoriferi, finiture e componenti tecniche hanno bisogno di controlli e manutenzione. Mi chiedo quindi se, mentre si aspetta il gestore, non si corra anche il rischio di vedere deteriorarsi proprio ciò che è costato quasi tre milioni di euro alla collettività. Sarebbe davvero paradossale dover spendere altri soldi pubblici per rimettere in efficienza una struttura appena inaugurata.

Poi c’è il parcheggio Mazzanti. Qui la storia è ancora più lunga. Nel 2019 era proprio Edy Bandiera, allora assessore regionale, a parlare di una delle “storiche incompiute pluridecennali” della città. Arrivano finanziamenti, progetti e lavori, con l’obiettivo di restituire finalmente ai siracusani una struttura destinata a parcheggio e servizi. Ma il Mazzanti sembra avere una particolare difficoltà a diventare semplicemente… un parcheggio. Negli anni si susseguono lavori, aperture, chiusure, problemi, vandalismi, un incendio e nuovi interventi. Ancora nel 2025 la situazione della struttura era oggetto di discussione in Consiglio comunale e si parlava di ulteriori lavori per riportarla alla piena funzionalità. A questo punto mi viene da sorridere: il Mazzanti rischia di diventare il parcheggio più raccontato della storia di Siracusa. Una specie di serie televisiva a puntate, dove il finale viene continuamente rimandato.

E poi c’è il parcheggio di via Damone, nella zona commerciale Tisia-Pitia. Qui, lo ammetto, la storia sembra quasi scritta da uno sceneggiatore. Il parcheggio viene realizzato e nell’agosto 2024 viene aperto con 109 posti auto. Finalmente una buona notizia per una zona commerciale che da anni chiede più parcheggi. Peccato che qualche mese dopo emerga un problema urbanistico tutt’altro che secondario: l’area risultava classificata dal Piano regolatore generale come S3, destinata a verde, gioco e sport, e non come area destinata a parcheggio pubblico. Il Comune revoca quindi l’autorizzazione e il parcheggio viene chiuso. Successivamente arriva una riapertura temporanea, mentre si lavora alla variante urbanistica necessaria per sistemare definitivamente la situazione. E ancora nel 2026 la procedura risulta in corso. Qui la domanda mi sembra inevitabile: non sarebbe stato più semplice controllare prima il Piano regolatore e poi costruire il parcheggio?

Tre storie diverse, tre problemi diversi. Nel primo caso un mercato costato milioni e inaugurato prima di trovare una gestione definitiva; nel secondo una storica incompiuta che continua a vivere tra lavori, aperture e problemi; nel terzo un parcheggio realizzato, aperto, chiuso per una questione urbanistica e poi riaperto temporaneamente mentre si cerca ancora di risolvere definitivamente il problema. E in mezzo ci sono amministratori e responsabilità politiche. La stagione Italia-Bandiera ha attraversato una parte importante di queste vicende e non ho nessuna intenzione di stabilire qui responsabilità personali. Mi limito a mettere in fila i fatti e a lasciare ai cittadini le proprie valutazioni.

Perché il punto, alla fine, è molto semplice: un’opera pubblica non dovrebbe essere considerata conclusa nel momento in cui si taglia il nastro. Il vero momento dell’inaugurazione, secondo me, dovrebbe essere quello in cui l’opera comincia davvero a funzionare.

E qualche volta, bisogna ammetterlo, anche un’incompiuta può avere un risvolto positivo. Penso, per esempio, al progetto dell’ascensore per collegare il Largo Aretusa alla Villetta. Un’opera che avrebbe dovuto risolvere un problema che, personalmente, non mi è mai sembrato esattamente in cima alla lista delle emergenze della città. Ma forse, in questo caso, il fatto che non sia ancora diventata realtà ci ha dato almeno il tempo di porci una domanda: serviva davvero?

Sul resto, per adesso, sorvolo. Ci sono altre opere, altri progetti e altre storie che potrebbero entrare in questa lista. Persino la nuova caserma dei Vigili del Fuoco, che ancora non è pienamente operativa, meriterebbe un capitolo. Ma lì entrano in gioco competenze e responsabilità di enti diversi e non voglio fare confusione.

Per ora mi fermo a questi tre esempi. Non perché a Siracusa non si faccia nulla, ma perché penso che un’amministrazione debba essere giudicata non soltanto dalle opere che annuncia e inaugura, ma soprattutto da quelle che riesce a consegnare davvero alla città, funzionanti e utilizzabili.

Un nastro si taglia in pochi minuti. Un’opera pubblica dovrebbe durare decenni.

E forse, a Siracusa, dovremmo cominciare a fotografare meno i nastri e un po’ di più i cittadini mentre utilizzano ciò che è stato costruito con i loro soldi.

Potrei continuare. E probabilmente lo farò. Ma per adesso mi fermo qui.

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