La triste città dei marciapiedi negati. Siracusa, tolta la cartolina, cosa resta?

 

Vorrei fare un piccolo esercizio di fantasia. Immaginiamo di aprire una fotografia di Siracusa e di avere a disposizione un programma di fotoritocco come Photoshop. Con un semplice clic eliminiamo tutti i turisti. Non lo faccio davvero, naturalmente: le fotografie che pubblico sono vere, raccontano quello che vedo. Ma proviamo a immaginare cosa accadrebbe se togliessimo dalla scena chi arriva, visita la città e poi riparte. Togliamo la cartolina. Cosa resta?

In questo periodo, mentre la stagione turistica si avvia alla conclusione e le presenze diminuiscono, io vedo una città buia, triste, sempre più vuota. Non perché non ci siano più visitatori, ma perché, quando il flusso si riduce, emerge con maggiore evidenza ciò che durante i mesi estivi rimane nascosto dietro la bellezza dei luoghi e il movimento delle persone. Vedo una città che sembra vivere soprattutto in funzione di chi la visita, ma che fatica a essere una città accogliente per chi la abita ogni giorno.

 

È la città dei marciapiedi negati. Marciapiedi occupati da tavolini, sedie e dehors, spesso anche quando i locali sono vuoti. Per camminare bisogna fare lo slalom, scendere sulla strada, cercare un passaggio. E mi domando: ma un marciapiede non dovrebbe servire prima di tutto ai pedoni? E penso agli anziani, alle persone con disabilità, a chi spinge un passeggino. Sembra quasi che il diritto di camminare liberamente sia diventato un dettaglio, sacrificabile davanti a qualsiasi altra esigenza.

Vedo quartieri dimenticati, servizi insufficienti, trasporti pubblici che non riescono a garantire collegamenti adeguati, una città che in molti punti resta buia e che, fuori dai percorsi più frequentati, sembra perdere attenzione e cura. E vedo soprattutto una città che invecchia. I giovani partono perché cercano lavoro, opportunità, un futuro. Molti non tornano. Non è soltanto una sensazione: i numeri della popolazione raccontano una perdita di residenti che dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore il destino di Siracusa. Il Comune ha perso oltre ottomila abitanti rispetto ai primi anni Duemila e la provincia continua a perdere popolazione: secondo le analisi demografiche più recenti, dal 2011 il calo provinciale supera i diciassettemila residenti. Dietro questi numeri ci sono persone, famiglie, ragazzi che hanno dovuto cercare altrove quello che qui non hanno trovato.

E allora mi viene da pensare alla storia di questa città. Siracusa è stata una delle grandi capitali del mondo greco, un luogo di cultura, pensiero, potere e bellezza. Quando penso ai Greci, alla loro idea di città, alla polis e alla Chora, al rapporto tra la città e il territorio che la circondava e la sosteneva, mi domando come abbiamo potuto ridurre un patrimonio così straordinario a una semplice scenografia, a una cartolina da esibire. Una città non è soltanto ciò che mostra ai visitatori. È soprattutto ciò che offre ai suoi cittadini, la qualità della vita, le occasioni di lavoro, i servizi, gli spazi pubblici, la possibilità di costruire qui il proprio futuro.

E mentre tutto questo accade, al Vermexio la discussione politica sembra concentrarsi su tutt’altro. Si parla di dimissioni del sindaco, di mozioni di sfiducia, di trattative, di assessorati e di vicepresidenze del Consiglio comunale. Non voglio entrare nella battaglia personale tra i protagonisti della politica cittadina, ma non posso fare a meno di osservare che, mentre Siracusa avrebbe bisogno di una visione e di un progetto per i prossimi dieci o vent’anni, il dibattito sembra consumarsi intorno alla sopravvivenza degli equilibri politici e alle posizioni da conservare. Non vedo una politica capace di guardare oltre la prossima scadenza elettorale, oltre il proprio ruolo e il proprio destino personale. E questo, per una città che perde abitanti, giovani e opportunità, è forse il problema più grave.

Non sto dicendo che Siracusa non abbia bellezza, storia o potenzialità. Sarebbe assurdo. Sto dicendo che non possiamo continuare a confondere la bellezza dei nostri monumenti con la qualità della vita di chi abita questa città. Possiamo riempire le fotografie di colori, raccontare il mare, il barocco, Ortigia, il teatro greco e le meraviglie del nostro territorio. Ma quando i visitatori diminuiscono, quando le strade si svuotano e la stagione finisce, resta una domanda alla quale non possiamo più sottrarci: che cosa abbiamo costruito, davvero?

Il problema non è quando i turisti se ne vanno. Il problema è che, quando se ne vanno, sembra che non resti più nessuno. E allora torno alla mia fotografia immaginaria, a quel Photoshop che non ho mai aperto e che non intendo aprire. Non serve cancellare nessuno: basta guardare la città senza la cartolina davanti agli occhi.

Abbiamo costruito una città per chi la visita o per chi la vive?

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