Giuseppe Conte non ha rotto il campo largo. Ha fatto di peggio: lo ha messo sotto ricatto.
Con un avversario così, la Meloni può dormire sonni tranquilli!! Ringraziano: Salvini, Tajani, Sallusti, Bocchino, Senaldi, Capezzone ecc..ecc…
La formula è la solita, quella dell’uno vale uno diventato o io o nessuno. Questa volta il terreno è la politica estera. Dopo l’intervista in cui ha rilanciato la trattativa a tutti i costi e la battuta su “se telefono io a Putin la guerra finisce”, Conte ha piazzato l’ultimatum: la linea sull’Ucraina e sull’invio di armi a Kiev la decide chi vince le primarie.
Tradotto: se vinco io, il centrosinistra smette di sostenere militarmente l’Ucraina e si batte solo per il negoziato. Se non vi sta bene, andate senza di me.
1. Le primarie come trappola
Portare la politica estera alle primarie è una provocazione studiata. Conte sa benissimo che la politica estera di un’alleanza che aspira a governare non si decide con un quesito referendario tra gazebo, si decide su una linea atlantista ed europea. Usare le primarie è il modo per trasformare un suo no alle armi in un plebiscito su se stesso e scaricare sul PD il costo della rottura.
2. Il PD nell’angolo
La reazione del PD è stata durissima proprio per questo. Per Elly Schlein, che ha costruito la sua credibilità anche sulla continuità del sostegno a Kiev, accettare il diktat di Conte significherebbe sconfessare tutto. Rifiutarlo significa prendersi la colpa della fine del campo largo. È un vicolo cieco costruito apposta.
3. Il gioco interno
Non è solo tattica verso l’esterno. Conte deve tenere a bada il M5S, l’area di Chiara Appendino che scalpita, le pressioni dei gruppi più radicali che gli chiedono discontinuità totale. L’Ucraina diventa così la bandierina identitaria per dire: noi non siamo il PD.
Il punto politico è uno solo: Conte non sta discutendo di pace, sta usando l’Ucraina come leva per comandare l’alleanza. O si fa come dice lui, o lascia al loro destino l’Ucraina e con essa il campo largo.
Ed è qui il paradosso più tagliente: l’unico a brindare davvero a un centrosinistra spaccato sull’Ucraina, alla vigilia di un possibile governo Schlein che confermerebbe il sostegno a Kiev, non è a Roma. È a Mosca.

