L’Amedea e Le Supplìci, ovvero le ghiande in tavola (e le perle ai porci)

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E così è fatta. L’ultimo spenga le luci e accosti la porta. (Chiuderla, a serratura scassinata, non si può). Che caduta! Direbbe il principe di Danimarca. Del resto ogni storia, se è tale, ha un inizio e una fine. Questa, degli spettacoli classici al Teatro Greco di Siracusa, era cominciata con un’idea febbrile, intelligente, aristocratica e popolare, tradotta caparbiamente in realtà. Un’idea che ha espresso per quasi un secolo un’altissima concezione e pratica dell’incontro tra pensiero civile e arte del Teatro. Un’ affascinante ideologia del Teatro. Sì, ideologia. E’ una bellissima parola: significa dare misura, ordine, fondamenta, direzione, senso terreno a un’idea che sta in alto –eppure si vede- in un orizzonte illuminato. E infatti è quando si perde di vista l’ideale che comincia l’oscurità. Oggi, questa storia finisce nella polvere (che piovendo, come si sa, diventa fango) nell’opacità degli atti, nel chiasso delle bugie, nel vortice dell’ignoranza del sindaco-presidente che certo ha avuto (e preso) i voti ma non conosce gli accenti, e quindi le parole e quindi ciò che esse realmente significano Ecco: la lingua. Tutto parte da lì e lì torna. E’ la lingua, il linguaggio. il termometro infallibile dell’identità. Contadini e marinai, muratori e falegnami ce lo insegnano ogni giorno. Sei chi dici di essere se possiedi la proprietà della tua lingua. Da come (e anche di che cosa) parli. Essere competenti è l’anticamera dell’utilità che è poi alla base dell’onestà. E infatti per imbrogliare il prossimo si comincia sproloquiando, e poi si passa alle mani. Ora il Commissario mormorerà come Leporello all’ultima cena in casa Tenorio “Non l’avrei giammai creduto, ma farò quel che potrò”. Faccia, operi secondo coscienza, disponga, proponga le modifiche dello statuto (ad esempio che la presidenza operativa di un ente culturale come l’INDA non vada a un politico di professione) gestisca un altro ciclo di transizione, sapendo che non basta portare in scena spettacoli. Il Teatro non vive di sola rappresentazione. Ogni nave vuole la sua chiglia. Senza chiglia si è chiatta. E le chiatte galleggiano ma non navigano. Poi, prima che si arrivi al degrado irreversibile, alla mutazione antropologica di questo Teatro, accetti un consiglio radicale. Riportiamo il Ciclo degli Spettacoli Classici alla sua cadenza biennale L’olio è più buono dopo l’anno di scarica. La china è cominciata da lì: dalla foia turistico-mondana di spremere il limone, di rompere il giocattolo, di aprire la pila per vedere com’è fatta. Poca favilla gran fiamma seconda. Poi, se proprio anche stavolta non si concluderà nulla, al male ci sarebbe un rimedio estremo. Il mondo del Teatro, della cultura, dell’Arte non ha potere, ma ha una forza (che spesso dimentica di avere), una forza passiva se si vuole, retrograda come la corda dell’arco, eppure formidabile. La forza di negarsi. Alla chiamata della stessa intellighentija, quella che vuole possedere le cose senza amarle, non risponda nessuno. Per una volta attori, registi, tecnici, scenografi, costumisti, traduttori declinino l’offerta. Se li facciano da soli gli spettacoli. Magari con i centurioni romani. Applaudirebbe anche il Cavaliere Nero di Gigi Proietti. Ne parlerebbe, ridendo, tutto il mondo.

Giancarlo Sammartano


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